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Stefania Demetz nel suo blog scrive che la colpisce “seguire le onde emotive che segnano le nostre reazioni ai successi e agli insuccessi sportivi” reagiamo come bandiere a successi e insuccessi, andiamo in visibilio per il successo italiano, ma appena l’Italia sbaglia siamo pronti a darle contro, a criticarla, a abbandonarla e niente più. Stefania Demetz ricorda i tempi di Alberto Tomba, dove la nazione è passata da uno stato di delirio a critica e abbandono facilmente, ma stessa reazione anche in Val di Fassa con la ciclabile, con la “Cèsa de Paussa” di Vigo di Fassa, oppure in questi giorni in Brasile. “L’Italia contro l’Inghilterra era la squadra che ha giocato con il cuore, un Italia mondiale, un Balottelli eroe – dice Stefani Demetz – e le macchine già scorrazzavano suonanti per le strade delle città. Poi, primo choc contro il Costa Rica e infine la caduta pochi giorni fa. In un attimo, i toni nei giornali e nei commenti al bar sono cambiati drasticamente: una vergogna, stipendi troppo alti, ragazzi viziati, lavorare è un’altra cosa e così via. Prima: grande amore, poi un respingimento altrettanto estremo. È un paese schizofrenico il nostro?”

Come italiana lei sostiene che forse questa sconfitta ci ha fatto bene.

“Se avessimo vinto, ci saremmo dimenticati che in questo paese le cose non vanno per nulla bene e forse, con un po’ di arroganza e di presunzione avremmo concluso che in fondo, noi italiani, siamo i migliori”. Poi prosegue dicendo che “questa sconfitta sembra davvero un po’ lo specchio di un paese, che entra in campo per pareggiare e non per vincere, che non combatte, non si rimbocca le maniche, che è slegato”. E forse questo perché ha perso la fiducia, la speranza e il coraggio di mettere al bando la leggerezza e la superficialità, ma di prenderci sul serio e di fare fatica perché, come dice Stefania Demetz “la rinascita di questa nazione impantanata sta solo nel lavoro serio, duro, nelle persone brave e al posto giusto e che la ripresa dipende anche soprattutto da noi, non solo dal “mister”. Possiamo prendercela con un arbitro (l’Europa? Rossi?) o con Suarez (la Merkel? La Procuradora?), ma se non ci mettiamo a lavorare sodo, la nostra bellezza, la nostra creatività, il nostro sole e il nostro cibo buono non saranno sufficienti a salvarci”.

Forse è vero che come delle bandiere ci esaltiamo e ci abbattiamo in base agli eventi, in base al decorrere degli eventi. Parliamo di sogni come se fossero obiettivi da raggiungere, ma poi non muoviamo un dito e stiamo lì fermi e passivi solo ad aspettare e nel frattempo a lamentarci.
Ce la prendiamo con gli altri, ci lamentiamo, siamo delusi, accusiamo gli altri di averci rotto un sogno… ma quand’è invece che decidiamo di guardare in faccia la realtà, la verità, ciò che siamo e ci diamo subito da fare? La verità? Cos’è la verità?

Come dice Stefania Demetz, la verità “ce l’hanno sbattuta in faccia con la loro indolenza. La nostra stessa indolenza che ci porta a non avere metodo nel lavoro.

Esempi banali, banalissimi? Non rispondiamo alle mail. Ci cercano e noi non richiamiamo. Teniamo in sospeso persone e risposte.
Per firmare un contratto ci mettiamo mesi e mesi. Non paghiamo chi lavora per noi. Arriviamo tardi agli appuntamenti.
I processi decisionali sono contorti e infinti e alla fine, quando finalmente decidiamo è troppo tardi. E ci lamentiamo di continuo. Ma noi, noi, quando lavoriamo, come lavoriamo? Con metodo? Diamo precedenza alle competenze o agli amici? Paghiamo il giusto le persone? Elaboriamo solide strategie o cavalchiamo l’onda? Ripeto, le similitudini trovano il tempo che trovano, ma mi chiedo perché ce la prendiamo tanto con la Nazionale, quando nel nostro quotidiano al lavoro ci comportiamo allo stesso modo? Dovremmo forse ringraziare questa squadra perché ci ha fatto vedere come siamo noi. Certo, senza i loro milioni di euro, ma il punto non è questo. Se un lavoro è fatto bene, molto bene, è giusto che sia pagato.


Quindi: ben venga questa sconfitta, a patto che da essa impariamo a non essere come quella squadra”. A patto che, come diceva Sara Riz all’incontro del projetto Joegn Anti Crisa de La Risola, non usciamo o torniamo da questa esperienza uguali a prima, perché sennò tutto è successo invano. È inutile lamentarsi, sentirsi delusi e arrabbiati se poi in noi, nella nostra vita non cambia niente. La reazione giusta è indignarsi, ma poi subito reagire con serietà, per ripartire con un modo nuovo, alternativo, per non cadere più nello stesso errore, e nella consapevolezza che sì, è andata così, però io posso migliorare, cambiare la situazione, nelle piccole cose di ogni giorno, con i miei limiti, certo, ma ci posso provare. Questo sì che è un vero rilancio, un rilancio per l’economia, la giustizia, la politica, il sociale, l’istruzione, il lavoro, la sanità e per tutte le altre realtà che viviamo. Adottiamo strategie, studiamo, prepariamoci, ampliamo le nostre conoscenze, educhiamoci in cose vere e utili, basta frivolezze, finzione e superficialità alla facebook. Quindi ringraziamo gli Azzurri per questa tirata d’orecchie che ci hanno dato e andiamo avanti, niente è perduto, tutto è da fare. e come dice Stefania Demetz: “In fondo, non è bello stare in un paese in cui c’è ancora molto da costruire?”.


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EVENTO IMPORTANTE

11.06.2017

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